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Fuori contesto: Il palazzaccio
Per ironia è la sede del dipartimento dei Lavori Pubblici del Comune, la sua bruttezza è sottolineata dalla posizione: proprio davanti al Duomo, uno dei luoghi più visitati della città. E’ un esempio dell’indifferenza di chi progetta, e di chi sceglie, per l’ambientazione in cui l’opera è inserita.
In occasione dell’ostensione della Sindone ho lavorato in piazza San Giovanni e, inevitabilmente, i visitatori giunti da fuori, dopo aver ammirato piazza San Carlo, via Roma, piazza Castello, rimanevano sconcertati da questa presuntuosa costruzione che incombe sulla piazza deturpandola.
Quando poi venivano a sapere che è la sede del dipartimento dei Lavori Pubblici del Comune……..
Contestare le critiche con l’asserzione: “non capite niente d’architettura” oppure “non capite l’architettura moderna” mi sembra un’altra manifestazione di arroganza culturale e mancanza di rispetto verso il prossimo.
Un vezzo che, purtroppo, nel nostro paese è diffuso in molti settori. Politica docet!
Se non capiamo, spiegatecelo. Magari riusciamo a capire anche noi…..
Quello di “insultare” chi la pensa diversamente, evitando così il dibattito costruttivo, è un vizio radicato, sia a sinistra che a destra. Sono sempre “gli altri” quelli che sbagliano.
Questo edificio mi pare perfettamente rispondente ai requisiti del “brutalismo”: non tanto perchè abbia uno stile qualsivoglia, quanto per il suo impatto brutale con l’ambiente circostante
Questo edificio non è brutto in termini assoluti, di brutture simili è pieno il mondo, è brutto in relazione al contesto in cui si trova. Renzo Piano sostiene che “il piccone non serve per far rinascere le periferie” in questo caso certamente servirebbe a ridisegnare una zona assolutamente avulsa da questa costruzione.
Ogni realizzazione può trovare spiegazioni cerebrali, basta leggere i cataloghi di certe mostre d’”arte”. Quel che conta, a mio parere, è la sensazione che genera in chi lo osserva e io, guardando il Palazzaccio, non ci vedo nulla di apprezzabile.
Comprendo che pensare di abbatterlo, specie di questi tempi, sia un’utopia, ma lasciatemi almeno dire che è proprio brutto.
Mi sembra che siano cose condivise un po’ da tutti, quali più quali meno.
Io tra le brutture che non ho mai potuto digerire aggiungerei:
- il condominio sul lato nord di piazza Carlina;
- il parcheggio di piazza Emanuele Filiberto;
- la Asl di via San Secondo, in particolare per l’affaccio sulla piazzetta;
- il condominio giallo dietro Santa Rita.
Poi ci sono tante brutture in periferia, ma se non altro si amalgamano tra di loro.
per capire bene quanto fa schifo bisogna vederlo però insieme al duomo…
il palazzaccio vicino al duomo proprio non riesco a guardarlo, è una roba squallida…
Perchè l’idea di “piazza” spaventa tanto i nostri soloni odierni in campo architettonico?
Anche quando ne fanno una giusta, come liberare Piazza San Carlo dalla morsa delle autovetture, non lasciano passare giorno senza montarvi una struttura per comizi o concerti, fiere deliranti o come minimo un maxigazebo. Perché lo spazio aperto dedicato al “bello” e basta vi spaventa così tanto? A tal punto da dover sempre riempirlo. Quindi nella fattispecie, senza entrare nel merito dell’orrore specifico, che forse altrove sarebbe minore, non resta che una carica ben calibrata ed un implosione definitiva. Per quanto riguarda poi la risposta in merito alle misure di sicurezza, specchio dell’ignavia odierna, c’è solo una risposta: Estetica = “PERLE AI PORCI”
Il Palazzaccio va contestualizzato. Nasce in una zona storicamente destrutturata, che in poche decine di metri spazia dal Teatro romano al campanile medievale, dal Duomo rinascimentale alla cupola barocca del Guarini. Poi – nella Torino del pre-boom ancora povera ma già popolata da nuovi immigrati – rappresenta la risposta “democratica” e progressista di Mario Passanti all’ossessione monumentale dell’architettura pubblica del Ventennio, sontuosa di marmi e pensata apposta per incutere distanza e timore. Passanti, ricordiamolo, era uno che di architettura pensata per la gente la sapeva lunga. Si era formato con le sperimentazioni dell’edilizia “sociale” del tardo fascismo. E con il Palazzaccio vuole dare una risposta di segno opposto a decenni di scaloni e statue piacentiniane. Il Palazzo non doveva più spaventare. Doveva essere al livello della gente che vi entrava, accogliente, aperto sulla piazza. Doveva trasmettere un’idea solida ma non kafkiana del potere pubblico. Di qui l’uso ostentato di materiali poveri, quel bel mattone dal colore acceso, il delicato treillage delle balaustre, il gioco con la struttura in calcestruzzo a vista. Per tutti i monumenti arriva il proprio tempo. Succederà anche al Palazzaccio.
Secondo me un’opera si può definire “democratica” quando piace alla gente, a quelli che la vivono e la usano (non a ipotetiche generazioni future), quando tutti (o quasi) la capiscono senza bisogno di spiegarne significati, simbolismi o metafore. Questo tipo di architettura probabilmente rispecchia il suo tempo, a cavallo tra la dittatura e la nascente democrazia, non è nè carne nè pesce, vorrebbe essere ma ancora non è.
Ma cosa c’è a Torino di più brutto, assurdo, stonato, inspiegabile del palazzone che fronteggia l’ingresso aulico di Juvarra in Piazza della Repubblica, sul lato nord-ovest di Porta Palazzo?
Infatti è un assurdo: fu edificato in una piazza che non doveva essere manomessa, giacché aveva in sè la compiutezza delle realizzazioni ottocentesche.
E che dire dell’orrendo “monumento” di Stoisa all’incrocio tra corso Massimo d’Azeglio e corso Bramante, costituito da un parallelepipedo di lastre di pietra, sormontato da una vasca arrugginita appoggiata su una sfera, dalla quale vasca cola catrame sul basamento?
Non c’è opera architettonica che io possa odiare di più. E’ una ferita aperta che DETURPA un angolo dal grande interesse turistico. Il palazzo di per sé può avere il suo indubbio pregio architettonico, tuttavia il contesto nel quale è inserito è sbagliato, profondamente sbagliato. Trovo insopportabile l’atteggiamento di difesa di “coloro che comprendono” pronti a indottrinare il popolino incolto e superficiale incapace di riconoscere le delizie nascoste di quello che non a caso tutti chiamano simpaticamente il Palazzaccio!
Il mio sogno? Abbattimento a carico della ditta che ricostruirà il palazzo del Castellamonte (non sarebbe di certo una falsificazione storica ma un ripristino se pur tardivo) dopodiché alberghi alloggi di lusso, ristorante ecc per rientrare dall’investimento.
dai, il Palazzaccio non é così brutto. I portici per fortuna non sono ciechi, la facciata è asimmetrica, non è troppo alto. Fa da fondale neutro e non disturba gli insigni edifici circostanti. C’è di peggio: guardate il disastroso condominio di p.zza Solferino angolo Pietro Micca. E gli studenti di architettura cosa dicono della “nuova ala” (ormai vecchia) al Valentino?
E’, invece, bella ed armoniosa opera dell’architetto Mario Passanti (1901-1975). La sua concezione architettonica è molto moderna, benché il palazzo risalga al 1957. Ha un perfetto equilibrio tra le linee orizzontali e verticali, una proporzione eccellente rispetto al lotto occupato, una soluzione laterale molto bella nella disposizione dei mattoni, una modestia notevole nell’evitare elementi aggettanti. Quasi un capolavoro!! Vedasi RIGAMONTI R. (a cura di), Mario Passanti. Architetto Docente universitario, Torino, Celid, 1995. Inoltre TORRETTA Giovanni, L’edificio degli Uffici Tecnici di Piazza S. Giovanni nell’opera di Mario Passanti, in «Atti e Rassegna Tecnica Società Ingegneri e Architetti in Torino». Nuova serie. A 42. n° 7-8 luglio-agosto, 1988.
Infine Galli, Camilla Problemi di degrado di strutture in C.A. : tecniche di riabilitazione : caso studio : Palazzo Uffici LL. PP. di Torino. Rel. Pistone, Giuseppe and Tulliani, Jean Marc Christian. Politecnico di Torino, 1.a Facoltà di architettura , 2005.
Di Mario Passanti è anche il Palazzo per la Prefettura e la Provincia di Asti, notevole esempio di Novecento architettonico.
Prima di parlare di “brutture”, occorre osservare, confrontare, documentarsi bene. Soprattutto, ricordare che ogni epoca elabora un proprio dignitoso linguaggio. Quella di Passanti è architettura, beninteso, non semplice edilizia.
Vincenzo Tedesco – Chieri (TO) – classe 1971 – archivista
Io butterei giù: la “chiesetta” che c’è di fronte, quelle “rovine di mattoni rossi” tutte rotte e prolungheri un’ ala del palazzo verso Corso Regina.A me piace un casino quelsto edificio!!!!!
Tutti con le spalle verso il duomo puntano il dito contro il Palazzaccio,ma se tutti riposassero il dito e si voltassero rimarebbero ben più inorriditi da un prefabbricato costruito in occasione dell’ostensione del 1998 sul lato destro del duomo ( http://www.panoramio.com/photo/50012790 ).
Almeno il Palazzaccio è brutto ma fa parte di una corrente architettonica definita, quell’accozzaglia metallica, con segni di degrado dei materiali, non è nulla!
Stranamente i torinesi sembrano apprezzare e preferire al Palazzaccio il prefabbricato che abbruttisce il Duomo, Palazzo Chiablese e il passaggio alla Piazzetta Reale…da quasi 14 anni! Non ho parole per questa ipocrisia ottica.